
Fissare un soffitto come quello della cappella sistina è una cosa meravigliosa.
Passeremmo ore ed ore a cercare di scoprire tutti i dettagli che il genio di Michelangelo ha voluto rappresentare perchè tutti noi potessimo goderne. Alcuni studiosi di storia dell'arte hanno trascorso giorni, mesi, forse anni osservando quel soffitto.
Ma pensate per un momento se la decisione di fissare quel celebre affresco non fosse più il risultato di una scelta deliberata. Pensate a qualcuno che fosse obbligato a fissare un soffitto per giorni, mesi, anni contro la propria volontà.
Anche un soffitto come quello della Cappella Sistina perderebbe in breve di ogni fascino, perché verrebbe vissuto come una violenta imposizione.
Provate adesso a sostituire la Cappella Sistina con il soffitto bianco e anonimo di una stanza di ospedale o di una comune camera da letto e immaginatevi di restare ANNI, nella più totale immobilità, a fissarlo.
Io credo che farei fatica a restare fermo e con lo sguardo nel vuoto per un periodo superiore ai 15 minuti. E non faccio fatica a comprendere come persone come Piergiorgio Welby o come
Giovanni Nuvoli possano arrivare alla determinazione di chiedere che qualcuno interrompa il loro supplizio. Tra persone comuni questa cosa si chiama empatia.
Ma quando uno Stato - pur avendo coscienza della situazione in cui si trovano centinaia di malati come Giovanni Nuvoli e Piero Welby - non legifera per restituire loro la piena disponibilità del proprio corpo, non è più un problema di scarsa empatia. Siamo in un campo molto più serio, che attiene alla civiltà del diritto ed al rispetto dei diritti fondamentali della persona. In questo campo l'Italia sta giocando e perdendo da anni, perchè lascia che le regole del gioco siano dettate da questi
arbitri.